Riforma Cartabia: si va verso l’abolizione? Il Congresso Forense rilancia il dibattito sulla giustizia e sulle garanzie difensive

Durante il XXXVI Congresso Nazionale Forense di Torino, il Ministro Nordio ha parlato apertamente di una revisione radicale della riforma Cartabia, riconoscendo i limiti del modello introdotto nel 2022. L’Avvocatura chiede il ritorno a un processo realmente orale, equilibrato e rispettoso del diritto di difesa.

Il XXXVI Congresso Nazionale Forense, svoltosi al Lingotto di Torino, ha segnato un punto di svolta nel dibattito sulla Riforma Cartabia.
Dal palco – o in videocollegamento – si sono levate voci concordi: il processo civile e penale così come disegnato dalla legge n. 51/2022 va ripensato profondamente.


Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenendo da Roma, ha riconosciuto che «l’abbreviazione dei termini è una riforma fallita» e che, esaurita la fase referendaria, «entro i due anni che restano di legislatura si metterà mano alla riforma».

Le ragioni del dissenso

Le critiche dell’Avvocatura, rappresentata dal presidente del Consiglio Nazionale Forense Francesco Greco, ruotano intorno a un concetto centrale: la riforma ha snaturato il rito e ha indebolito il ruolo del difensore.


Secondo Greco, il modello “Cartabia” ha prodotto un processo “senza processo”, dove il contraddittorio si consuma per iscritto e l’oralità è ridotta a eccezione.
Nel civile, la fase istruttoria anticipata e i termini decadenziali strettissimi rischiano di comprimere il diritto di difesa.
Nel penale, la rigidità delle nuove norme sul mutamento del giudice e sulla rinnovazione della prova crea zone grigie di garanzia e di effettività del contraddittorio.

La posizione del Governo

Nordio non ha nascosto di condividere molte delle perplessità dell’Avvocatura.


Ha riconosciuto che “in Italia il provvisorio tende a diventare definitivo” e che la riforma Cartabia, pur nata in un contesto emergenziale e in risposta alle richieste del PNRR, «ha bisogno di essere rivista in profondità».

Nel suo intervento ha inoltre annunciato l’aggiornamento dei parametri forensi entro l’anno e l’intenzione di rafforzare la presenza dell’Avvocatura all’interno dell’Ufficio legislativo del Ministero.

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Tra IA e giustizia digitale

Nel corso del Congresso, le associazioni forensi – ANAI, AIGA, ANF, UCPI, AGI, ONDiF e altre – hanno posto l’accento su un ulteriore aspetto: il rischio che la giustizia digitale, se gestita senza equilibrio, possa trasformarsi in giustizia algoritmica.
Isabella Stoppani (ANAI) ha ricordato che “la tutela dei diritti passa dall’obbligatorietà della difesa”, e che non si può ridurre la giurisdizione “a un calcolo di probabilità”.
Anche Giampaolo Di Marco (ANF) ha sottolineato che “l’Avvocatura deve collocarsi tra la macchina che elabora il linguaggio e la verità del contenuto”.

In questo quadro, il ruolo dei professionisti forensi diventa cruciale: dalla digital forensics alla trascrizione audio-video delle udienze, dalla tutela della privacy all’analisi delle prove elettroniche, la giustizia del futuro non potrà prescindere dalla competenza tecnica e deontologica dell’Avvocato.

Verso una revisione della riforma

Sullo sfondo rimane il nodo politico-istituzionale: come conciliare l’obbligo europeo di ridurre la durata dei processi con l’esigenza di garantire il contraddittorio e la difesa?
La risposta potrebbe non essere una “abolizione totale”, ma una revisione profonda e selettiva delle norme più criticate, partendo da quelle che incidono sull’oralità e sull’appello.
Tuttavia, la direzione è chiara: il sistema Cartabia non ha convinto gli operatori della giustizia, e il consenso trasversale raccolto al Congresso Forense lascia prevedere un cambio di rotta nel biennio 2026-2027.

Conclusioni

La riforma Cartabia, concepita per velocizzare la giustizia, ha finito per accentuarne i limiti strutturali, spostando l’asse dall’aula al documento digitale, dal contraddittorio alla procedura.
La prospettiva ora è quella di una giustizia più umana e meno burocratica, che recuperi la presenza, la parola e il tempo necessario alla verità.
Un ritorno alla centralità dell’Avvocato e al principio del fair trial, anche nell’era delle intelligenze artificiali e della prova digitale.

✒️ Nota sull’autore

Domenico Moretta è criminalista forense, consulente tecnico specializzato in digital forensics, audio forense e trascrizioni giuridiche. Esperto in Diritto della Società Digitale. Autore di volumi divulgativi e professionali, affianca all’attività peritale un percorso di formazione universitaria in diritto della società digitale.
Con il progetto www.acquisizioneprovedigitali.it, promuove una cultura integrata tra scienze forensi e tutela dei diritti nell’ambiente digitale.

*Nota di trasparenza*: parte di questo contenuto è stato redatto con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale, secondo quanto previsto dal Regolamento UE 2022/2065 (AI Act). Il contenuto è stato supervisionato e approvato da un professionista forense.