Riassunto
La legge di delegazione europea 2025 impone all’Italia di adeguare la disciplina sull’accesso ai dati contenuti nei dispositivi elettronici alle indicazioni della Corte di giustizia UE. Un passaggio destinato a incidere profondamente sulle indagini digitali e sulle modalità di acquisizione forense degli smartphone nel processo penale.
Accesso ai dati degli smartphone nelle indagini penali: verso nuovi limiti europei
di Domenico Moretta – Criminalista, Esperto in Digital Forensics e Diritto Digitale
La legge di delegazione europea 2025 e l’impatto sulle indagini digitali
L’approvazione definitiva della Legge di delegazione europea 2025 da parte del Senato l’11 marzo 2026 apre una nuova fase di adeguamento dell’ordinamento italiano alla normativa e alla giurisprudenza dell’Unione europea.
Tra le numerose deleghe contenute nel provvedimento, una in particolare merita attenzione dal punto di vista di chi si occupa professionalmente di criminalistica digitale e analisi forense dei dispositivi elettronici: quella relativa ai limiti di accesso ai dati contenuti nei dispositivi informatici nell’ambito delle indagini penali.
L’articolo 5 della legge delega infatti il Governo ad adeguare la normativa nazionale — in particolare il decreto legislativo n. 51/2018 e il codice di procedura penale — ai principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza del 4 ottobre 2024 (causa C-548/21).
Si tratta di un intervento destinato a incidere direttamente sul modo in cui le autorità investigative potranno accedere ai dati contenuti in smartphone, computer, sistemi informatici e memorie digitali, che oggi rappresentano una delle principali fonti di prova nei procedimenti penali.
Il principio affermato dalla Corte di giustizia
La decisione della Corte di giustizia si inserisce nel consolidato orientamento della giurisprudenza europea volto a garantire un equilibrio tra efficacia dell’azione investigativa e tutela dei diritti fondamentali.
Secondo la Corte, l’accesso ai dati contenuti in un dispositivo elettronico personale costituisce una forma di ingerenza particolarmente intensa nella vita privata dell’individuo, in quanto tali dispositivi contengono informazioni estremamente sensibili e dettagliate sulla sfera personale dell’utente.
Per questa ragione l’accesso ai dati digitali deve essere sottoposto a garanzie procedurali rafforzate.
In particolare, la Corte ha affermato che tale accesso:
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deve essere limitato a specifiche categorie di reati;
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deve rispettare il principio di proporzionalità;
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deve essere sottoposto, salvo casi di urgenza, a controllo preventivo da parte di un giudice o di un’autorità indipendente.
Questi principi rappresentano oggi il punto di riferimento per l’adeguamento della normativa nazionale richiesto dalla legge di delegazione europea.
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L’intervento richiesto al legislatore italiano
La delega contenuta nella legge approvata dal Parlamento impone al Governo di introdurre una disciplina che consenta alle autorità competenti di accedere ai dati contenuti nei dispositivi elettronici solo entro limiti chiaramente definiti.
In particolare, la normativa dovrà:
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definire con precisione la natura e le categorie delle infrazioni per le quali è possibile accedere ai dati contenuti nei dispositivi;
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garantire il rispetto del principio di proporzionalità tra gravità del reato e ampiezza dell’accesso ai dati;
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subordinare l’accesso ai dati, salvo ipotesi di urgenza o specifiche categorie di reato particolarmente gravi, al controllo preventivo di un giudice o di un organo amministrativo indipendente.
La norma chiarisce inoltre che l’accesso investigativo può riguardare non soltanto i dispositivi informatici in senso stretto, ma anche sistemi informatici, telematici e memorie digitali, riconoscendo implicitamente il ruolo centrale delle evidenze digitali nella moderna attività investigativa.
Lo smartphone come archivio della vita privata
Uno dei passaggi più rilevanti della giurisprudenza europea riguarda la qualificazione dello smartphone come vero e proprio archivio della vita privata dell’individuo.
A differenza di altri strumenti investigativi tradizionali, l’accesso a uno smartphone consente potenzialmente di ricostruire una parte estremamente ampia della vita personale dell’utente, tra cui:
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comunicazioni private e conversazioni in chat;
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fotografie e video personali;
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cronologia di navigazione internet;
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dati di geolocalizzazione;
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contatti e relazioni sociali;
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archivi documentali e contenuti salvati nel cloud.
Per questo motivo la Corte di giustizia ha ritenuto che l’accesso ai dati contenuti in tali dispositivi possa costituire una delle forme più invasive di interferenza nella sfera privata, richiedendo quindi un livello di tutela paragonabile a quello previsto per strumenti investigativi particolarmente invasivi, come le intercettazioni.
Le implicazioni per la digital forensics
Dal punto di vista operativo, l’attuazione della delega potrebbe incidere in modo significativo sulle modalità con cui vengono svolte le attività di acquisizione e analisi forense dei dispositivi digitali.
Nella prassi investigativa contemporanea, infatti, l’analisi di uno smartphone o di un computer comporta spesso l’estrazione di grandi quantità di dati, mediante strumenti di digital forensics che consentono di effettuare copie forensi complete dei dispositivi e di analizzarne il contenuto.
Alla luce dei principi affermati dalla Corte di giustizia, diventerà sempre più centrale:
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delimitare con precisione l’ambito dell’acquisizione dei dati;
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garantire la tracciabilità delle operazioni tecniche effettuate sul dispositivo;
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assicurare il rispetto della catena di custodia del dato digitale;
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evitare forme di accesso investigativo eccessivamente estese o non proporzionate rispetto alle finalità dell’indagine.
In questo contesto, la digital forensics assume un ruolo essenziale non soltanto sotto il profilo tecnico, ma anche sotto quello processuale e garantista, poiché la corretta metodologia di acquisizione e analisi dei dati diventa un elemento fondamentale per la validità probatoria dell’evidenza digitale.
Il dibattito dottrinale
La necessità di una disciplina più chiara in materia di accesso ai dati digitali è stata da tempo evidenziata anche dalla dottrina penalistica.
Autori come Paolo Ferrua, Paolo Tonini e Alfredo Gaito hanno sottolineato come l’espansione delle tecnologie investigative renda indispensabile rafforzare le garanzie processuali quando l’attività investigativa incide su dati personali altamente sensibili.
In questa prospettiva, l’intervento richiesto dalla legge di delegazione europea potrebbe contribuire a chiarire alcuni aspetti che negli ultimi anni hanno generato incertezze interpretative nella prassi investigativa e nella giurisprudenza nazionale, soprattutto in relazione alle modalità di accesso e analisi dei dispositivi elettronici.
Uno scenario normativo in evoluzione
L’attuazione della legge di delegazione europea 2025 rappresenterà quindi un passaggio importante nel processo di armonizzazione tra diritto nazionale e diritto dell’Unione europea.
In particolare, l’adeguamento della disciplina relativa all’accesso ai dati contenuti nei dispositivi elettronici potrebbe incidere profondamente sul modo in cui le autorità investigative acquisiscono e utilizzano le prove digitali nei procedimenti penali.
Si tratta di un ambito in rapida evoluzione, nel quale si confrontano esigenze investigative, tutela dei diritti fondamentali e sviluppo delle tecnologie digitali.
Per chi opera nel campo della criminalistica digitale, della consulenza tecnica e della digital forensics, sarà quindi fondamentale seguire con attenzione i decreti legislativi che verranno adottati nei prossimi mesi, poiché da essi dipenderanno le future modalità operative di acquisizione e analisi delle evidenze digitali.
Gli sviluppi normativi saranno pertanto osservati con particolare interesse, anche alla luce delle implicazioni che potranno avere sulla validità e sull’utilizzabilità delle prove digitali nel processo penale.
✒️ Nota sull’autore
Domenico Moretta è criminalista forense, consulente tecnico specializzato in digital forensics, audio forense e trascrizioni giuridiche. Esperto in Diritto della Società Digitale. Autore di volumi divulgativi e professionali, affianca all’attività peritale un percorso di formazione universitaria in diritto della società digitale.
Con il progetto www.acquisizioneprovedigitali.it, promuove una cultura integrata tra scienze forensi e tutela dei diritti nell’ambiente digitale.
*Nota di trasparenza*: parte di questo contenuto è stato redatto con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale, secondo quanto previsto dal Regolamento UE 2022/2065 (AI Act). Il contenuto è stato supervisionato e approvato da un professionista forense.